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Il numero è una parola Leggere arrichisce lo spirito, ma non basta come definizione, personalmente lo vedo come l’atto di aprire una finestra su un nuovo punto di vista: la storia o il saggio che stiamo leggendo possono raccontarci fatti e dati che forse già conosciamo, ma trovo importantissima l’esplorazione dell’angolazione, il focus, di esposizione dei vari concetti o della narrazione dei fatti. Nascono riflessioni, nuovi codici linguistici e nuove chiavi di lettura che trasformano la nostra lingua, sia parlata che  scritta, in qualcosa di nuovo.

In tutte le tradizioni linguistiche, accanto alla norma, tende a formarsi una varietà che si basa su un uso più flessibile, proprio dei registri informali del parlato.
In ambito italiano a questa varietà Francesco Sabatini ha assegnato il nome di italiano dell’uso medio, mentre Gaetano Berruto ha parlato di neostandard: con tali scelte terminologiche i due studiosi tendono a sottolineare rispettivamente l’ampia convergenza della comunità linguistica su questa modalità espressiva e la funzione di nuovo riferimento normativo che viene ad assumere in prospettiva.
In merito a tale varietà, è condivisibile la seguente valutazione espressa da Alberto Sobrero: «Il neo-standard è diffuso nelle classi medio-alte e nella parte più acculturata
della popolazione, ed è realizzato nel parlato più che nello scritto. L’etichetta di neostandard si riferisce al fatto che su questo livello, oggi in piena evoluzione, troviamo un gran numero di forme che via via “risalgono” dai livelli inferiori (sub-standard): prima relegate nell’area delle forme “colloquiali”, ora si diffondono e sono accettate nella lingua nazionale. Lo standard così, a sua volta estende i propri confini». (Sobrero, 2006, 126).

Vedremo in seguito in cosa si carattarizza l’italiano detto Neostandard.

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