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Il linguaggio, secondo Maurice Leroy (Profilo storico della linguistica moderna, Laterza, Roma – Bari. 2011) appartiene ai fatti sociali, e non solo: vi è società solo dove vi è comunicazione. Questo avviene per gli animali come per gli uomini che, sotto la spinta emotiva d’appartenenza, tendono ad imitare coloro che hanno prestigio o che hanno funzione rilevante in una società organizzata: «La lingua è opera comune e continua di tutti i membri di un gruppo sociale; ognuno è portato, più o meno consciamente, a introdurvi certe innovazioni, le quali però possono divenire regola solo se vengono accettate e adottate da tutti i membri della comunità linguistica; perché questa condizione si sviluppi, occorre non soltanto che l’innovatore abbia prestigio, bensì anche che il mutamento da lui proposto risponda al sentimento generale dei soggetti parlanti. Lo scrittore impiega la lingua comune ma meglio degli
altri ne scorge le risorse:

egli riesce a creare delle combinazioni foniche, morfologiche, semantiche che esercitano sull’ascoltatore, o sul lettore, un’impressione estetica e suscitano nel suo animo l’immagine voluta.
Tuttavia, la materia prima dello scrittore è la lingua del suo gruppo sociale; ma il suo genio si manifesta nel fatto che, utilizzando tale lingua comune, egli riesce a ricavarne un effetto estetico, non diversamente dal musicista che comunica i suoi stati d’animo mediante l’originale combinazione d’una gamma di suoni, o dal pittore o scultore che si servono dei colori e delle linee per esprimere il loro modo di sentire il bello».
Fatta questa lunghissima premessa, arrivo alla conclusione: lo scrittore è il privilegiato che possiede i mezzi per l’innovazione linguistica meglio di chiunque altro; un suo libro crea il veicolo che attraversa una comunità linguistica. Meditate.

Domani ne continuiamo a parlare.
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