Questa notte ho fatto un sogno bastardissimo!

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Aprii rapidamente la porta chinai la testa uscii come un razzo sbattei la porta violentemente. Lo sguardo era incendiato, le intenzioni erano assassine. Lei si spostò più per impressione che per paura, pur essendoci anche quella. Il lungo soprabito nero volteggiava assieme ai miei sontuosi e aggressivi gesti. Le puntai il dito contro e avanzando lentamente verso di lei cominciai ad urlare con un tono e usando delle parole mai pronunciate difronte ai passanti, ai miei, a quel ristorante : “MA P*O D*!! COME C.ZZO TI PERMETTI DI VENIRE QUI A ROMPERMI I C.ONI – il tutto accompagnato da rapide e suggestive gesticolazioni delle mani che ti lascio immaginare – DIFRONTE AI MIEI PERCHÈ NON HO MANGIATO (e qui ci vorrebbe un maiuscolo più maiuscolo) I GAMBERETTI CALDI CON IL PANE?!?!”. Ero pronto a farla fuori con le mie stesse mani. Intanto non mi ero accorto che i miei erano entrambi usciti dall’auto dove rimasero fermi, stupefatti. Da un lato credo concepissero la vera gravità delle accuse che lei mi lanciava e questo mi concesse di perdurare nello sfogo, dall’altro, notai dei gesti repulsivi e smorzati da parte loro che volevano farmi smettere la scenata ma che comunque stava notevolmente attirando l’attenzione. Infatti in molti mi fissavano, chi dalle finestre dei palazzi, alcuni passanti, qualcuno in quel ristorante. Lei era terrorizzata.
Si sollevò ancora la nebbia, questa volta meno fitta di prima,20120625-082659.jpg ma non racconterò cose che ricordo solo vagamente.

Città del Capo

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Ci sono strade, vie e vicoletti. Ci sono incroci e grandi svincoli, snodi e pendenze e corsie e portici, e gradini stretti dove i muri più in alto vanno a incapricciarsi tra le antenne, i camini e le tegole storte.
E ci sono palazzi immensi che solo a guardarli sprofondi nella loro gravità e da sotto si mettono in salvo piccolissime case, poca cosa, che strette le une alle altre si ostinano a trattenere il cielo col filo teso per la biancheria.
C’è il foglio di un giornale preso a pedate dal vento sull’asfalto arso; ci sono lampioni e insegne e minuti lumini rossi a rendere meno buia la malinconia.
Ci sono negozi, bar e grandi magazzini. Parcheggi, aiuole e scale mobili e il grave e l’acuto a ciondolar su altre scale; non manca l’aeroporto, la scuola, l’ospedale, non manca la neve e il parco per far giocare i fiori.
Altro c’è anche il mare e al tramonto lo puoi attraversare: dapprima lungo il pontile, poi si prosegue dritti oltre il tavolato perché il Cuore vuole quel pizzico di follia che a lui è dovuto.
Ci sono i lampi, ci sono i buoni. Ci sono le reti, ci sono i tuoni.
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Non manca nulla e se il nulla lo trovi, per sbaglio, sotto lo zerbino, lo puoi riempire allora di altra fantasia, presa in prestito, o portata in valigia da casa e messa via.
In un angolo c’è un uomo, chino tra le sue ossa e occhiali e bilanceri, che scrive con fare truce l’incipit di una ricetta, ma sbaglia e finalmente verga per me una riga maledetta!
Nell’altro ci sono due ragazzi iniziati da poco alla vita, che con stupito candore si animano nel parlar tra loro. Ma guarda quanto sono belli! Come freschi germogli bisticciano nel fare capolino.
Tra loro c’è colui che avrebbe dovuto essere e non è stato, soffocato nella terra rode da sotto tutto il mio peccato.
Ci sono il buio e il nero perché così c’è luce e bianco. Ci sono triste e pianto perché così spicca la gioia… e più leggero è il canto.
Leggera la mia città mi si annida ai fianchi e le sue colline sonnecchiano compiaciute.
L’aratro solca la via con fatica là dove tutto sembra perduto tra le nebbie di periferia; infine l’affondar diviene zuccherino tra fasce e cosce, cascine, e caste case…
M’angoscia ma è l’ora di chiusura.
Tornate domani, la città riapre. Al batter di ciglio della prima ora, chiamatela col suo nome: “Cristina”, e lei ritorna ancora.

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Come ammazzare il tempo

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Come ammazzare il tempo, prima che lo faccia lui a noi? Con mezzi estremi?
Macchè! Date la parola al vostro pensiero:
– La solitudine dei numeri primi (Paolo Giordano)
– La morte della bellezza (Giuseppe Patroni Griffi)
– Un giorno questo dolore ti sarà utile (Peter Cameron)
– La custode di mia sorella (Jodi Picoult)
– Espiazione (Ian McEwan)
– Il ritratto di Dorian Gray (Oscar Wilde)
– Il giardino di cemento (Ian McEwan)
– La strada (Cormac McCarthy)
– Middlesex (Jeffrey Eugenides)

Il mio colore

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Un cuore che freme nel petto vuole uno sguardo di fuoco, con una sola scintilla lui tutto si infiamma.

Un alito di vento vuole una foglia sospesa, una chioma scarmiglia, una vela sull’onda.

E allo stesso modo, semplicemente per esistere, il mio colore vuole il bosco al principio dell’autunno; la notte delle streghe con la zucca nel paiolo; le labbra vermiglie da corteggiare e il garrire del mio scialle quando spezza l’azzurro del cielo e il nero del mare.

Il mio colore vuole la luce e con la sua luce riscalda la notte. Vuole il frutto del loto e arance mature, impasti d’argilla e rosso d’uovo, vuole d’oriente la curcuma preziosa e d’India lo zendàlo di seta. Vola nello spazio infinito e sposa Aldebaran con Antares, abbraccia le stelle e il karma  del mondo intero.

Il mio colore è l’arancio più vero.

 

Perché leggere

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Il numero è una parola Leggere arrichisce lo spirito, ma non basta come definizione, personalmente lo vedo come l’atto di aprire una finestra su un nuovo punto di vista: la storia o il saggio che stiamo leggendo possono raccontarci fatti e dati che forse già conosciamo, ma trovo importantissima l’esplorazione dell’angolazione, il focus, di esposizione dei vari concetti o della narrazione dei fatti. Nascono riflessioni, nuovi codici linguistici e nuove chiavi di lettura che trasformano la nostra lingua, sia parlata che  scritta, in qualcosa di nuovo.

Continua a leggere

Dotti… medici e sapienti.

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 ORATE, FRATRES

L’affermazione iniziale del volgare avviene con molte difficoltà: da un lato s’impone l’uso della lingua di tutti i giorni, dall’altro – essendo questa lingua divisa in tanti dialetti e scarsamente definita – c’é il rischio di creare una letteratura sempre subalterna al latino, il quale, nonostante non sia più parlato dalle masse, resta la lingua scritta universale. Di qui l’esigenza di trovare un compromesso, di creare, cioè, una sorta di volgare “nobilitato” e illustre, adatto sia ai colti che al popolo, un volgare elevato alla dignità espressiva del latino.

La lingua volgare scritta nasce e si sviluppa nel corso del XIII secolo; nasce in un periodo in cui nuovi intellettuali emergono dalla situazione di benessere socio-economico legato all’affermarsi dei Comuni (specie nell’Italia centro-settentrionale), che si verifica nel corso dell’XI secolo e soprattutto del XII.

Da questi nuovi strati sociali risaltano persone colte non più collegate alla Chiesa né di provenienza nobiliare. Le loro prime forme espressive non sono originali sul piano dei contenuti data ancora la forte influenza di un clima teologicamente tipico medievale: lo Stato è visto come il braccio secolare della Chiesa, non come una forma associativa laica tra gli uomini. In tutti i casi i nuovi intellettuali usano esprimersi con la lingua del popolo in contrapposizione alla lingua dei dotti.

Tutto ciò per sottolineare come la “dottrina” da sempre indichi quali siano i “dotti” e come da sempre da questa ci si cerchi di affrancare.VIGILATE ET MEDITATE

Dal latino al volgare

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Riprendo qui di seguito, la dissertazione a proposito della lingua e delle sue perle, le parole. Incominciamo da molto lontano nel tempo, in Europa, per valutare assieme come la lingua che contraddistingue una popolazione spesso sia soggetta a sottomissione politica o si racchiuda e “concluda” nei salotti buoni, tra i cosidetti “dotti”, diventando lontana dal’uso quotidiano e spicciolo.

Durante i secoli della dominazione romana, il latino s’impone sulle lingue locali in Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Romania, mentre nella parte orientale dell’impero si conserva la lingua greca. Quando l’impero di Roma  crolla, le lingue occidentali, parlate prima dell’egemonia latina, prendono il sopravvento e mescolandosi col latino parlato (assai diverso da quello scritto di Virgilio, Orazio o Cicerone) determinano le nuove lingue romanze o neolatine.

In Francia, a nord si parla il gallo-romanzo, antenato del francese, a sud il provenzale; in Spagna, al centro, lo spagnolo o castigliano, sulle coste atlantiche il gallego, antenato del portoghese, ad est il catalano (simile al provenzale); in Romania i contadini conserveranno la loro lingua di origine latina, che diventa ufficiale nel XVI secolo.

In Italia riemergono i vari substrati pre-latini, che però restano per molto tempo senza scrittura, in quanto alle necessità dello scrivere – testi scientifici, filosofici, teologici, giuridici – continuano a provvedere col latino gli ecclesiastici. Tali substrati si mescolano con popolazioni straniere che vengono a stanziarsi nella penisola: Longobardi, Greco-Bizantini, Franchi, Arabi, per citare solo i più importanti. Da tutto questo si evince come risulti difficile ricostruire la nascita dei vari dialetti italiani.

In una situazione del genere, il latino parlato evolve inevitabilmente per conto suo, mentre la conservazione di quello scritto è ad opera prevalentemente della Chiesa. (Da sempre la nostra Penisola intreccia la propria evoluzione storica e sociale con la volontà della Chiesa, ma entrerei in un discorso diverso e intricato che lascio a chi ne sa più di me). Continua a leggere

Parole lette di parole scritte

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È domenica e piove; diventa facile riflettere e il tempo è volato da quando, alle 7 del mattino, ho incominciato a leggere i post delle persone che ad oggi mi hanno dato sostegno.

Ho trovato molto di interessante, costruttivo, stimolante. Ora è il momento di ripensare e interiorizzare il tutto. Ricordo:   

Tic, Tac, Tic, Tac, Tic, Tac, Tac,Tac, Tac,Tac, Tac….

Piove anche oggi e, come sempre, niente mi avverte in tempo. Non sento il ticchettio dapprima sommesso e poi incessante che diventa più forte.

Non odo neppure un tuono e l’aria che ora sventola e vortica e rotola per il giardino non mi solleticata neppure un capello.

Sono troppo presa dalla mia lettura, sdraiata sul dondolo che dondola sotto al pruno nel giardino di mia nonna. E coperta dalla sua sottana mi sembra di non trovar miglior riparo.

Chi me lo fa fare di attraversare il prato sotto la pioggia fitta e con le gambe nude e le carte in mano?

Mi rannicchio e allungo e deformo la maglietta per coprirmi almeno le ginocchia. Con la mano mi sostengo la guancia e l’orecchio continuando la lettura.

Mi immergo talmente e così nel profondo che nemmeno mi accorgo di quando smette. Forse un po’ di freddo, ma neppure per quello io mollo.

Al tempo della mia giovane estate, mi trovavo sull’isola del tesoro e con quindici uomini pestavo sulla cassa del morto, sbavando per una goccia di rhum. E gocce di giada erano gli occhi dell’Idolo di Sumatra nel fitto terrore della foresta.

Fui con la piccola principessa a muovere i primi passi nella miseria più nera e dalla soffitta con lei guardai le altre piccole donne crescere con noi. E con Pollyanna a contar le sue grucce.

“Custa cum ca custa! Viva l’Austa!” sillabai per capirne le parole del mio grande Cuore scritto con la piuma rossa.

Le tigri di Mompracen mi stavano a guardare mentre da una pozzanghera della via Pall raccoglievo un sasso per scagliarlo lontano.

Venite presto! All’arrembaggio! Quel maledetto coccodrillo s’è pappata la mia gamba e Peter si ricuce la sua ombra.

Volai con l’ombrello dal becco di pappagallo sui tetti di Londra e da lassù piansi a calde lacrime il tuffo maledetto del mio amico incompreso.

Con Nautilus negli abissi vidi mostruosi mostri marini e pigiai i tasti di un organo enorme che palpitava tra i brividi del profondo del mare. Pigiai con forza per schizzar fuori dal vulcano, che mi sparò dal centro della terra fin sull’Olimpo e tra le braccia di Zeus vidi Troja e il suo Odisseo.

Mi prese poi Ciclope e di Malavoglia mi costrinse faraglione.

Vidi un principe e un povero e un povero principe accanto al suo relitto nel deserto.Vidi oasi e piste e montagne. Di miraggio in miraggio con Marco fino alla Cina.

Vidi un tappeto volante e per mille e una notte mi accucciai accanto al mio Re, che seduto sul suo sofà mi disse ancora: « Raccontami una storia» e la mia vita incominciò.

  

Non resisto e una poesia qui posto

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Amor piegato

Si avvinghiano i nostri rami.

S’intrecciano, s’abbracciano.

Si spogliano d’ogni rugosa corteccia.

 

La nostra bocca si incontra

da sotto la polpa bianca,

sbocciano teneri i baci scarlatti.

Fioriscono gli sguardi nettarini

e colmi di rugiada si accarezzano alla luna.

 

Tra le dita i capelli,

come ciuffi d’erba fresca,

inebriano il respiro.

Sempre verdi le tue mani

si annodano alle mie e titillano,

campanule odorose,

e si perdono fra i muschi e le radure.

 

Le membra tutte fremono,

s’impennano e poi si chinano.

Tutto è pregno della tua essenza:

ogni pampino, ogni spino, ogni fusto

Tutta attendo la tua  presenza:

ogni palpito, ogni respiro, ogni gesto.